Eugenio Raimondo

"non basta sapere, bisogna anche applicare
non basta volere, bisogna anche fare."
                                          (J.W. Goethe)

Eugenio Raimondo con Roberta Capua a UnoMattina

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20/01/2019

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MTM n. 27

Direttore responsabile della rivista Medical Team Magazine

Pubblicato il numero 27.


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Editoriali

Racconti di vita
MEDICAL TEAM MAGAZINE Anno 6 - Numero 2 - apr/set 2007


La vita trascorreva lentamente quando ero ragazzo. A Paola, dove sono nato, sulla costa tirrenica cosentina, verso la fine degli anni cinquanta, noi ragazzi ci divertivamo con poco. Inventavamo e costruivamo ogni giorno nuovi giochi. Non avevamo veramente nulla, figuriamoci il superfluo. Eravamo un gruppo di amici, per la maggior parte figli di ferrovieri. Le famiglie, per lo più numerose. Noi sette figli, una portatrice di handicap per lesione cerebrale da forcipe. Il primo complesso del quartiere nacque con Carmelo. Nelle cantine dei nostri palazzi passavamo i pomeriggi a provare. Le pareti erano state pitturate di rosso, con la foto di “Che Guevara” che si imponeva come un crocefisso. Con l’Unità sotto braccio, una sigaretta in bocca, contestavamo a scuola e facevamo le prime occupazioni. Ci rendeva più interessanti. Ma molti di noi non capivamo nulla di politica. Le sigarette le compravamo sfuse. Nazionali esportazioni senza filtro, Colombo...E tra una tirata e un’altra organizzavamo le feste da ballo. Sempre in cantina. Lenti ovviamente, erano i lenti che suonavamo, o mettevamo con il mangiadischi. Era un modo per stringere la ragazza che ci faceva innammorare per capire se ci stava. Per un ballo, aspettavamo con ansia il nostro turno, prima i più belli, il figo del quartiere. Il pantaloncino corto lo portavamo anche di inverno. Era una regola e lo toglievamo da adolescenti. All’ elementare avevamo ancora i banchi con il calamaio, I quaderni avevano la copertina nera. La maestra, a volte, ci mandava per le campagne a comprarle gli ortaggi. Spesso trascorreva il suo tempo all’uncinetto. Ai più ribelli bacchettate sulle mani o in ginocchio vicino alla lavagna. Ma i nostri genitori approvavano il loro metodo, e a casa, come si suol dire, spesso “ci davano il resto”. Chi possedeva una bicicletta era ricco. Ma non ci perdavamo d’animo. Al Deposito della Stazione ferroviaria ci facevamo dare cuscinetti di vecchie auto o locomotive e con quattro di loro, tavole di legno assemblate, un pezzo di copertone per i freni e una specie di volante, costruivamo le “carrette” e giù per la discesa a gareggiare. Chi poi possedeva un motorino era il re del gruppo. Farselo amico per un giro, per farsi notare dalla ragazza, era una bella conquista. A quei tempi non esisteva il casco, o meglio non era obbligatorio, ed avevamo più capelli, tanti, tanti di più. Il gruppo si riuniva nella capanna. E già ogni gruppo che si rispettava doveva averne una. La nostra era stata costruita sotto un grande albero, in un dirupo che avevamo riabilitato, covo di vipere e serpenti neri. Ma era la nostra capanna, in cui decidevamo le nostre strategie e il da farsi. Era arredata con un fornellino, delle sedie costruite con i sassi ed un cannocchiale per individuare gli avversari del gruppo. Tra i nostri hobbies ? Rubare la frutta era tra i più apprezzati. Ci appostavamo di pomeriggio tardi nei campi e spogliavamo alberi di albicocca, pesche, ciliege. Un giorno, addirittura, ci spararono a salve. La raccolta delle “figurine della Panini”, altro gioco. Dei calciatori, ovviamente: Albertosi, Rivera, Riva, Facchetti, Morini...Alcuni di loro erano quasi introvabili. Per vincerle giocavamo alle “strasciule” [pezzi di marmo aggraziati che prendevamo nei cantieri]. Mettevamo un pallino [un sasso] sopra la nostra puntata, cercando di far saltare il pallino e avvicinarci più possibile al mazzetto. Il vincitore si accreditava la puntata. In un altro gioco si cercava, battendo la mano con un colpo forte ai lati della mazzetta puntata, di capovolgere le figurine. Quelle girate erano vinte dal tiratore. La raccolta dei punti della Panini univa il gruppo, perchè insieme potevamo vincere “il pallone”, uno, per tutto l’anno. Quando un tiro più violento lo buttava nella “sciodda” [burrone] era un via vai di corde, arrampicarsi, e buttarsi giù nel tentativo di recuperarlo.Non potevamo permetterci di perderlo. A volte contavamo le automobili che passavano dal nostro quartiere o inforcavamo le lucertole. Libertà. Per nessuno. A cena si stava tutti insieme. Mio padre mi chiamava con un fischio dal balcone. Il fischio era un comando. Ogni genitore ne aveva uno suo.
Era la ritirata. La domenica, quando ce lo potevamo permettere, andavamo al cinema. Ci si andava per vedere qualche seno, e chi era fortunato vi portava la fidanzata per scambiarsi qualche tenerezza al buio, in modo che il fratello, come un carabiniere che ti accollavano i genitori per farti uscire la figlia, non potesse notarti. Quando uscì il film “il Decamerone”, vietatissimo per l’epoca c’era chi si metteva baffi finti per mostrare più anni. Le biglie di vetro per noi si chiamavano “palline”. Si giocava creando una buca per terra e, imitando il golf, dovevamo guadagnarci la stessa. Con i punti della “Mira Lanza” uscì uno strano pupazzo: “Ercolino sempre in piedi”. La base di esso si riempiva di acqua, così rimaneva sempre in piedi. Dopo il “Carosello”, tutti a letto. Ci riunivamo davanti alla TV con il “braciere”. Tanto ancora potrei raccontare. Ma, nonostante la povertà, sono contento della mia giovinezza, perché ho vissuto intensamente la mia semplicità. A quei tempi contavamo le automobili, i ragazzi, oggi, gli tirano i sassi. Noi per vedere un seno andavamo al cinema, loro le donne le stuprano direttamente per gioco. Noi ci aggregavamo con un pallone, loro con la marjuana. Noi rubavamo la frutta, loro chiedono “il pizzo”. Ma anche oggi vi sono tanti bravi ragazzi, studiosi, vincenti. Sono coloro i quali sono stati educati a non perdere la voglia di sognare e di sperare.

Eugenio Raimondo © 2007 www.eugenioraimondo.it
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